Basti pensare alle sequenze di segni ed emoticons pensati per far intendere le espressioni non verbali (ad esempio, per rendere il tono scherzoso o ironico di un messaggio scritto).

È possibile rintracciare diversi indicatori non verbali e paralinguistici. Il linguaggio del corpo fa parte della comunicazione non verbale e comprende postura, gesti, distanza interpersonale, contatto visivo, movimenti, espressioni e mimica che accompagnano la parola rendendola più chiara e marcata. Ognuno di questi gesti, posture ed espressioni che accompagnano le parole non è casuale ma ha un significato ben preciso. Conoscerlo ci permette di capire le reali intenzioni degli altri, comprendere qual è lo stato d’animo e di intuire cosa l’altro pensi realmente quando interagisce con noi evidenziando, ad esempio, il livello di intimità raggiunto nella relazione o il grado di dominanza/sottomissione presente tra gli interlocutori.

Le combinazioni sono infinite; ad esempio, è interessante notare come oltre alle circa 20.000 espressioni del viso sono state rintracciate circa 1000 variazioni paralinguistiche, riguardanti il tono di voce, la modulazione dell’intensità o la sottolineatura di alcuni aspetti del discorso, attraverso l’emissione di vocalizzazioni, sospiri, pause…

Tutti questi segnali espressi dall’individuo durante un pensiero, un dialogo o altre forme di interazione non sono casuali, ma correlati agli stati emotivi.

Esistono segnali che possiamo controllare più facilmente e segnali più involontari, meno controllabili. In genere, a parte alcune eccezioni, tanto più un segnale si allontana dal volto, tanto meno è controllato e consapevole.

Infatti, siamo abbastanza consapevoli della posizione delle spalle, della mimica facciale (ad esempio il riso o il pianto), mentre invece la posizione delle braccia e delle gambe è meno consapevole e meno sotto il nostro controllo.

Considerando solo la comunicazione facciale emergono delle differenze: i muscoli più grandi sono facilmente controllabili, mentre la pigmentazione della pelle, il battito delle palpebre, le microespressioni sono molto meno sotto il controllo volontario.

Si potrebbe affermare, dunque, che più un segnale è involontario, meno è mediato dalla coscienza, quindi più probabilmente sarà rivelatore delle intenzioni e del punto di vista altrui. Quanto più entrano in gioco le emozioni, tanto più sarà accentuato il nostro linguaggio non verbale, perché la comunicazione non verbale è in stretta relazione con le nostre emozioni più profonde.

L’importanza del comunicare le emozioni risale ai primi stadi dell’evoluzione. Charles Darwin si interessò della selezione di alcune espressioni facciali come veicoli di emozioni utili all’adattamento, consentendo ad un individuo di trasmettere ad altri cambiamenti riscontrati nell’ambiente e comunicare le proprie intenzioni. Tale spiegazione supporta l’evidenza dell’universalità delle emozioni primarie: rabbia, paura, sorpresa, disgusto, gioia e tristezza sarebbero emozioni caratterizzate da espressioni specifiche presenti fin dalla nascita, invarianti da cultura a cultura.

Il dialogo con l’altro permette di stare in relazione e di comprendere le espressioni del suo linguaggio grazie alla riattivazione di aree cerebrali dedicate principalmente alla percezione, ai movimenti e alle emozioni.

La capacità che ci consente di fare ciò è l’empatia, attraverso la quale è possibile rispecchiarsi negli umori e negli stati d’animo altrui, riuscendo a percepire le emozioni dell’altro. Questa condivisione come forma di tacita comunicazione consente all’individuo di entrare nel mondo dell’altro, di percepirne il disagio, la frustrazione, la gioia o la serenità e in una certa forma di comprenderne e coglierne i bisogni.

Diversi studi hanno riscontrato nei cosiddetti “neuroni specchio”, presenti in alcune aree cerebrali, la base neurobiologica dell’empatia. Pertanto, nel momento in cui osserviamo un’espressione o un’azione altrui, è come se il nostro cervello la imitasse, rievocandola, permettendoci di riconoscerne il significato e l’intenzionalità intrinseca e consentendoci di metterci nei panni dell’altro. Le aree cerebrali implicate nel riconoscimento delle emozioni continuano a svilupparsi per tutta la vita, al fine di garantire questa abilità fondamentale; in pratica, invecchiando diventiamo
più bravi nel riconoscere il linguaggio non verbale.

Tuttavia, non sempre contenuto verbale della conversazione e comportamenti non verbali coincidono ed esprimono messaggi coerenti.  Quando ciò si verifica, si viene a creare una incongruenza tra il livello del discorso esplicito (verbale, quel che vien detto) e il livello metacomunicativo (non verbale e paraverbale) e la situazione diviene tale per cui il ricevente del messaggio non ha la possibilità di decidere quale dei due livelli ritenere valido, dal momento che si contraddicono, e nemmeno di far notare l'incongruenza a livello esplicito. Quando ciò si verifica, la comunicazione perde di chiarezza ed efficacia.

Come sosteneva Watzlawick, un importante studioso della comunicazione, non è possibile scegliere se comunicare o no, in altre parole “è impossibile non comunicare”: anche restare in silenzio significa comunicare, trasmettendo all’esterno l’idea di non voler parlare o, a seconda dei contesti, di voler mantenere una certa distanza, di voler lasciar spazio all’altro, di essere in un particolare stato emotivo… rappresentando quella pausa che permette alla relazione di crescere.

È importante, infine, ricordare un altro aspetto della comunicazione, che riguarda noi stessi oltre che i nostri interlocutori. Talvolta, quando esprimiamo i nostri pensieri, non possiamo per evidenti motivi cogliere i nostri stessi aspetti non verbali. Questo spesso ci espone a non realizzare una perfetta corrispondenza tra stato emotivo e pensiero dichiarato. Basti pensare quante volte ci è capitato di dire ad un nostro conoscente “ma ti sei visto?” nel sentirlo esprimere un’affermazione contrastante con l’emozione manifestata. Pertanto, allenarci ad osservare noi stessi e gli altri ci aiuta a saper interpretare il linguaggio del corpo dei nostri interlocutori, al fine di comprendere le sue reali intenzioni e capire quali emozioni provano, se mentono, e a capire come gestire la nostra comunicazione, in modo tale da renderla più efficace, più piacevole e più persuasiva, ma anche ed entrare maggiormente in sintonia con le nostre emozioni. Da una parte, dunque, leggere le intenzioni degli altri, dall’altra gestire e modificare la nostra comunicazione per inviare le informazioni all’altro nella maniera migliore possibile.

Antonella Marcotriggiani, Shalom 3/2013

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