In quest’ottica, la paura potrebbe essere spogliata di tutti i significati avversi dei quali si nutre, ed essere concepita in base al valore positivo che spesso assume.

È noto che la paura viene considerata un’emozione innata e universale, tuttavia gli oggetti ai quali si riferisce vengono appresi dagli esseri umani nel corso dell’esistenza. Ad esempio, i piccoli timori del bambino, si tratti della paura del buio, di restare solo o della paura provocata da modificazioni improvvise nell’ambiente, sono il risultato di una lunga serie di associazioni nella storia dell’umanità fra queste situazioni e quelle di un pericolo potenziale.

Pertanto, in un’ottica evolutiva, la paura assume un’utilità adattiva e protettiva fondamentale, ponendo la persona in uno stato d’allarme che preannuncia la presenza di un pericolo e la spinge ad allontanarsi da esso, o al contrario prepara il corpo all’azione mirata ad affrontare l’ostacolo, secondo la logica “fly or fight”. In base a tale principio, proprio la paura, in circostanze rischiose, rappresenta l’unica possibilità di uscirne vivi o limitare i danni, preannunciando le conseguenze contro le quali si potrebbe incorrere.

In altre occasioni, la paura diviene quella sensazione, quell’emozione che è presente in noi quando abbiamo sia un desiderio, uno scopo, sia una convinzione che lo contraddice, segnando confini e misurando limiti in ciascuno. Metaforicamente, alberga nello spazio vuoto tra il soffitto dell’inferno e il pavimento del paradiso di ogni essere umano. Anche in questo caso, la paura è funzionale a preservare l’integrità psicofisica della persona, consentendo di misurare il rischio potenziale di ogni azione. Se così non fosse, sarebbe come rendere insensibili le nostre dita cosicché non possiamo farci male con qualcosa di molto caldo o tagliente. Si potrebbe affermare: “Molto meglio ora che posso sbattere le mie mani qua e là senza farmi male! Ora posso anche incastrare le dita nello sportello della macchina, non ha importanza, non mi secca più dato che non mi fa più male…”. Così facendo, avremmo praticamente distrutto le nostre mani, anche senza provare dolore. Ecco a che cosa serve l’emozione “negativa” della paura.

È interessante anche considerare le diverse sfumature, i diversi volti che questa emozione assume in varie situazioni: il timore che fornisce la percezione della possibilità di perdere il piacere atteso, ma rimanda verso di esso; la paura vera e propria, che induce ad allontanarsi dalla fonte del dolore; il terrore, che genera una vera e propria fuga verso l’esterno.

Un’ulteriore utilità della paura è rintracciabile nella valenza comunicativa che essa riveste nelle interazioni sociali umane, in modo peraltro simile al mondo animale.

Darwin, nell’opera “L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali” del 1872, concentrò la sua attenzione interamente sul comportamento espressivo: le posture, i gesti, le espressioni facciali, illustrando la fondamentale continuità che lega le espressioni emozionali dagli animali superiori agli esseri umani: anche le scimmie diventano rosse per la rabbia o urinano per la paura. Un diffuso movimento espressivo indice di paura, ad esempio, appariva l’aumento delle dimensioni corporee come il gonfiarsi della criniera dei leoni, l’arruffamento delle piume negli uccelli minacciati e anche l’erezione dei peli in iene, gatti, antilopi e formichieri.

La paura costituirebbe, dunque, valore di segnale: considerando la posizione del corpo, l’espressione facciale, la gestualità e l’espressione sociale di quelli che ci circondano possiamo avere accesso ai loro stati emozionali. In generale, l’utilità delle emozioni è stata segnalata dagli etologi: in molte specie, il coordinamento delle relazioni sociali dipende dai segnali emozionali di allarme, attaccamento,  minaccia, sottomissione, che agiscono in un contesto limitato di messaggi reciprocamente esclusivi, i quali provocano direttamente negli altri un comportamento appropriato.

Capire in fretta le emozioni degli altri costituisce, così, una sorta di “radar del pericolo”, che si è sviluppato fin da quando i nostri antenati vivevano nelle caverne. La parte emotiva della mente ha imparato a cogliere in un attimo una situazione e i suoi aspetti salienti, apprendendo a tralasciare i dettagli perché un attimo di esitazione poteva significare la morte.
In conclusione, molte volte l’emozione della paura potrebbe essere riconsiderata come una preziosa alleata, piuttosto che uno spettro da cui guardarsi o sotto il quale soccombere, ricordando che “coraggio è resistenza alla paura e dominio della paura, ma non assenza di paura” (Mark Twain).

Antonella Marcotriggiani, Shalom 1/2011

Il sito utilizza cookie tecnici, analytics e di terze parti per rendere migliore la navigazione e per fornire le funzionalità di condivisione sui social network. Per avere maggiori informazioni su tutti i cookie utilizzati, su come disabilitarli o negare il consenso all’utilizzo leggi l’informativa.
Proseguendo nella navigazione presti il consenso all’uso di tutti i cookie.